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Attilio, il gioielliere, è stato l’erede di una tradizione inquieta, fluttuante nella stessa acqua veneziana mai veramente ferma, artefice di un mestiere lento come la risacca della laguna, pieno di racconti misteriosi che vanno e che vengono dall’Europa all’Oriente. Tutti sanno che la gioielleria Codognato ha una storia lunga che comincia nel 1866 dietro piazza San Marco, sin da allora nutrita d’arte in una bottega d’antiquariato, di dipinti e oggetti fascinosi. La fondò il bisnonno Simeone e fu il nonno Attilio a iniziare l’impasto alchemico di materie pregiate e figurazioni inaspettate, scavate dall’immaginario seicentesco dei memento mori, teschi e serpenti avvinti in metalli preziosi e pietre. Erano gli anni dei grandi ritrovamenti archeologici in Etruria, anni in cui il passato remoto rendeva contemporaneo il desiderio di gettare lo sguardo in direzioni lontane e insolite. Tecniche raffinate e cultura bizantina, romana e rinascimentale, fra orecchini e anelli a teschio, bracciali serpente, camei antichi: un tourbillon di immagini eccentriche, monili originali sfavillanti di ombre luminose, intrise di simboli e presagi misteriosi. Dal bisnonno al nonno e di padre in figlio, la gioielleria Codognato è stata e resta il luogo di un lusso misterioso e di una mondanità senza confini, un antro dei miracoli che incarna Venezia, anzi, la incastona come pietra preziosa in una montatura cesellata da una razza di artigiani addestrati fuori dal tempo.
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