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Umberto, fu battezzato nella Chiesa Parrocchiale Beata Vergine Addolorata di Valmaura a Trieste, dove gli venne dato anche un secondo nome, rimasto scritto solo sulle pagine del Registro Parrocchiale: Salvatore, un nome voluto fortemente dalla sua famiglia ritenendolo un dono del Cielo. Umberto Salvatore, ad un certo momento della sua vita, prese una decisione senza sapere il perché o capirne il motivo: si mise a lavorare di notte per poter frequentare di giorno un percorso che lo avrebbe formato in sanità; studente lavoratore, viveva una vita frenetica e intensa: smontava dal turno di notte e correva a svolgere tirocinio pratico in ospedale e dopo un breve pasto consumato nella mensa dell'ospedale, subito sui banchi ad assistere alle lezioni di medici illuminati e progressisti e a studiare nelle poche ore tra la fine delle lezioni e l'inizio del turno di notte. Il suo sogno, non sa per quali profonde e nascoste motivazioni, era sempre stato quello di aiutare gli altri, i sacrifici non gli pesavano e nemmeno lo spaventavano, così, al termine del percorso di studi specialistici, iniziò a lavorare in un carcere, dove assisteva decine di detenuti sieropositivi HIV. Qui affrontò la sfida di umanità e stigmatizzazione, scoprendo storie di vita spezzata e di speranza. Nonostante le difficoltà, Umberto Salvatore imparò a comprendere la sofferenza degli altri, a "Cum Patire", patire con, ad accompagnare lungo il sentiero della sofferenza il prossimo suo. Dopo ogni giornata lavorativa tornava a casa esausto, ma il suo impegno non si fermava. Durante i momenti liberi, si dedicava ai suoi studi, cercando di migliorare le proprie competenze. Con il passare del tempo, il suo percorso lo portò anche a occuparsi di pazienti fragili e vulnerabili al Centro di Salute Mentale, abbracciando così le esistenze che rappresentavano per tutti l'estremità abissale della natura umana. Soggetti da imbarcare sulla Stultifera Navis per allontanarli definitivamente oltre le sbarre di carceri o di cliniche. "Il primo errore clinico" gli insegnarono i suoi maestri Alessandro e Gianfranco, "non nasce dall'intervento. Nasce prima. Dall'ipotesi che costruiamo su chi ci chiede aiuto. Perché ogni intervento è figlio della formulazione del caso. E non possiamo proporre interventi migliori delle ipotesi cliniche che costruiamo. Se la lettura del caso è parziale, anche il trattamento rischia di esserlo.". Carcerati e matti, che nessuno voleva vedere o sentire trovavano ascolto in lui. Alla fine della sua carriera, Umberto Salvatore decise di raccogliere le sue memorie in un libello. Raccontò le sfide, gli insuccessi spesso mascherati da successi, e le delusioni che lo avevano perseguitato. Scrivere divenne per lui un atto liberatorio, un modo per onorare chi aveva aiutato e ricordare che, nonostante tutto, aveva vissuto, con passione e dedizione.