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Pasolini anticipa il modo di conoscere tipico della moderna antropologia facendo interagire la propria soggettività di intellettuale borghese con l’alterità dei mondi popolari degli anni Cinquanta e Sessanta: le culture contadine, le lingue dell’oralità, l’arcaicità del Sud, le periferie romane, i primi segnali della modernizzazione e del consumo di massa. Grazie all’adozione di uno sguardo antropologico, il suo amore per il sottoproletariato non si traduce in rappresentazione realistica o in deriva sentimentale, ma in un modo originale di usare generi e temi diversi: la rielaborazione letteraria di materiali popolari, il reportage e il commento etnografico, la valorizzazione dei margini sociali, la rappresentazione di un Sud estraneo al divenire storico, la riscoperta del mito nel mondo contemporaneo, l’invenzione di un «cristianesimo antropologico» in dialogo con gli studi di Eliade e la storia delle religioni. Il suo doppio punto di vista, da poeta e da antropologo, è la chiave per capire l’originalità della sua opera, qui analizzata nei diversi generi (narrativo, poetico, saggistico, cinematografico), ma sempre sottolineandone la declinazione etnografica.
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