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Oggi è riconosciuto che l'arte ha il potere di poetizzare alcune materie organiche escluse dalla vita quotidiana. È in questa apertura che inserisco la mia pratica artistica, in cui il mio corpo mette in scena finzioni a partire dalle secrezioni umorali che sgorgano dalla mia identità femminile, meticcia e colonizzata. Attraverso riti senza miti, infrango vecchi tabù occidentali. Espongo la violenza nei confronti del corpo dell'altro con pratiche che segnano l'alterità di ogni essere. All'incrocio tra estetica, storia, politica, psicoanalisi ed etnografia, pongo domande delicate per creare opere fisicamente singolari. Propongo alla soggettività umorale del corpo una mappatura del desiderio marginale di diventare donna in una società fallocratica. Si tratta di un'utopia ambigua, perché vedo nella carne umorale e residua del corpo non castrato il territorio sensibile per l'introduzione di una nuova etica del corpo.