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Treno 3367 è un viaggio all’interno delle stazioni più oscure della morte in vita: di quell’anti-trama senza inizio né fine, di quella prigione che è tale proprio perché avulsa dal tempo, sradicante poiché straniante dalla temporalità, deiettiva in quanto caduta in uno stato dell’essere che niente ha a che fare con l’esistenza. Intrecciando le esistenze di Angelo, Carla, Kleo, Catello ed Enrico, con gli occhi di un uomo-narratore dimidiato (Luigi), parziale, cosciente solo in parte, Cocivera si produce in uno sforzo originario di ricerca tanto ontologica che linguistica, inevitabilmente ontologica e linguistica insieme. Col graduale dispiegarsi della sua prosa intimamente versificata – a tratti eterea, a tratti scabrosa, finanche spiazzante nelle sue contraddizioni soltanto apparenti – la tensione sfibrante della lingua di Vincenzo Cocivera sembra come esondare, fiume e parossismo, rifiuto radicale degli argini, delle condizioni di possibilità. Treno 3367 è l’esperienza della “coscienza incarnata” nel mondo, del dover essere in sé e con gli altri, un inno innamorato e terribile alla Bellezza.
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